«È impossibile non innamorarsi di Ulisse»
Il regista Sergio Basso racconta il suo “Cercando Itaca”, film ibrido tra documentario e fiction
«Le persone capiscono. Veniamo da inerzie comunicative ma se scuoti lo spettatore si emoziona», dice il regista Sergio Basso che spera di aver dato questa opportunità con il suo “Cercando Itaca”. Il lungometraggio parte da una rilettura originale e profonda del mito di Ulisse per esplorare temi come la ricerca di una casa, della felicità e del senso profondo delle proprie scelte.
Ma c’è di più, perché “Cercando Itaca” non teme di far emergere un parallelismo intuitivo ma mai indagato pienamente:
«Sono come me» dice Ulisse guardando intorno a sé gli immigrati di oggi che sbarcano sulle coste della Calabria come fece lui stesso migliaia di anni fa.
La pellicola, sceneggiata dallo stesso Basso e da Filippo Ascione, è prodotta dalla Pega Production di Giuseppe Gambacorta con il contributo del Ministero della Cultura e della Fondazione Calabria Film Commission.
Nel cast: Eugenio Mastrandrea, Giuba Petrungaro e Giorgio Colangeli.
Si muovono tra Villa San Giovanni, Reggio Calabria, Palmi, Mebcuccà, Riace, Pentidattilo, Capo Vaticano, Parco Scolacium e Capo Colonna.
Cercando Itaca è una forma ibrida tra documentario e narrazione tradizionale. Come dobbiamo definirlo?
Va bene docufilm, ma a me piace molto anche la definizione “film sperimentale”. Entrambe le categorie spaventano. Però è la verità: è un genere “meticciato”, e proprio questo lo rende una tavolozza di possibilità.
Questa contaminazione disorienta ma poi trascina.
Viene dal mio vissuto e dalla mia ricerca artistica. In passato, ad esempio, ho contaminato documentario e animazione per parlare del viaggio dalla Cina all’Italia di un immigrato clandestino cinese. La contaminazione funziona, ma bisogna avere anche il coraggio dell’azzardo per incontrare il pubblico.
Eppure anche gli esperti parlano con il cuore.
Esattamente. Gli esperti sono stati scelti, girati e montati in modo che fossero toccanti. Vengo dal teatro, ma il mio docente Daniele Segre mi ha fatto scoprire l’amore per il documentario sociale. Così scelgo anche i personaggi da intervistare: la loro energia è importante. A tutti gli esperti ho implicitamente domandato di staccare il cervello per donarmi il cuore.
Come si è innamorato di Ulisse?
È impossibile non innamorarsi di Ulisse. Ho iniziato a studiare greco a 8 anni. In famiglia ci passavamo i dizionari. Una volta portai a scuola quello di mia sorella, pieno di etimologie scritte in greco, e iniziai a studiare i caratteri. Poi ho studiato Omero in originale: è una connessione con l’infanzia. Un momento di magia.
Com’è nato il progetto?
Grazie a Giuseppe Gambacorta. Stava scrivendo una serie TV con Filippo Ascione e volevano fare un film su Ulisse in Calabria. Giuseppe ha pensato a Ulisse che sbarca su queste coste. Io invece ho pensato ad Arianna, una giovane donna emigrata che torna. Lì una salva l’altro e la storia inizia.
Com’è raccontare il mito oggi?
È una delle radici del film. Ho voluto sperimentare su cosa sia per me il mito oggi. C’è molto Pavese, ma anche Calvino, che diceva che la forza sta nel guardare con sguardo rinnovato anche una bottiglia. Ulisse è questo: il mentore che insegna ad Arianna a guardare il mondo in modo nuovo.
C’è anche la “mitologia” della Calabria industrialmente svuotata.
Sì, ma anche di una Calabria in parte responsabile. Non ci sono solo colonizzatori venuti da lontano: i primi a non saper investire sono molti calabresi. Il primo passo per la rinascita è riconoscerlo.
Il Mediterraneo di oggi è pieno di mostri, come nell’Odissea.
Senza fare spoiler: verso la fine c’è la profetessa Manto che riemerge dal mare come una profuga. Solo grazie al montaggio si capisce che era sempre stata sotto quelle acque. Spaventa ed emoziona.
Com’è stato lavorare in Calabria?
Commovente. Le persone fanno di tutto per aiutarti. Ho fatto 2000 chilometri di sopralluoghi e qui c’è davvero tutto. La Calabria Film Commission ha creduto nel progetto da subito e investe molto nei registi. Sta portando opportunità e abituando gli abitanti al cinema.
Qual è la sua Itaca?
L’abbraccio della mia compagna. Itaca è uno specchio che riflette ciò che cerchi. Sono inquieto, nomade, e non amo restare troppo nello stesso luogo. La mia Itaca è anche rimettermi in viaggio.
Quotidiano Del Sud – di Roberta Jerace – 10 Aprile 2025